

Richard Hawkes, un architetto dell’università di Cambridge ha realizzato una casa a zero emissioni che potrebbe diffondersi su larga scala nel Regno Unito.Chiamata “Crossway” e situata a Staplehurst, è stata costruita utilizzando una tecnica di 600 anni fa, diffusa nell’architettura medioevale. L’abitazione conserva il calore del sole, assorbe le fluttuazioni termiche e si raffredda naturalmente in estate, senza bisogno di un sistema centralizzato di riscaldamento o raffreddamento.
Il progetto, al quale hanno partecipato anche alcuni architetti dell’Università di Cambridge, propone in particolare una tecnica di costruzione utilizzata per la prima volta in Spagna nel 1382, nota come sistema di “volta catalana” (traduzione dell’espressione “timbrel vault” o “Catalan vaulting”). Si tratta di una copertura ad arco realizzata mediante più strati sovrapposti di mattoni incollati tra loro, con corsi di diverso orientamento, in modo da ottenere solidità senza bisogno di ulteriori strutture di sostegno.
Elemento peculiare del progetto è un grande arco parabolico, con luce di 20 metri, che prende forma dalla combinazione di migliaia di piccole tegole in argilla incollate tra loro.“La volta – spiega Dr Micheal Ramage dell’Università di Cambdrige – assicura sufficiente robustezza strutturale evitando l’utilizzo di ulteriori materiali ad alto impatto ambientale come il cemento armato. Fornisce inoltre grande massa termica, consentendo all’edificio di conservare il calore, assorbire le fluttuazioni della temperatura, e riducendo il bisogno di un sistema centralizzato di riscaldamento o raffrescamento”. 
Col tempo la copertura di Crossway diventerà un vero e proprio “tetto verde”. Sulla superficie esterna dell’arco è stata spruzzata una schiuma isolante sulla quale sono stati applicati strati di ghiaia e terreno per la coltivazione di erba e piante.Sulle fondazioni in eco-cemento poggiano una serie di “scatole” a struttura in legno, isolate con carta da giornale riciclata e rivestite in cedro. Ampie finestre a tripla lastra sul lato sud contribuiscono ad un maggiore riscaldamento dei lastroni di cemento.

“L’edificio – spiega l’architetto – dimostra come il design contemporaneo possa rendere importanti i materiali locali ed integrare le nuove tecnologie per produrre case altamente sostenibili che abbiano un basso impatto sull’ambiente”.








O almeno, nelle fotografie di Andrea Rossetti, i muri dei territori palestinesi occupati raccontano la drammatica storia dei popoli coinvolti in una guerra che dura da decine di anni. Il fotografo monzese ha immortalato, all’interno della mostra "Walls - Echo-Coopi projects in the West Bank" (allestita presso lo Studio Nerino di via Santa Maria, 21 a Milano) i muri, ma anche i volti, di molte città all’interno dei territori occupati durante un viaggio fatto con Coopi - organizzazione di cooperazione internazionale, alla fine di dicembre.Hebron, Gerusalemme, Betlemme e Qualqilya, tutte le città più colpite dalla guerra sono ritratte nei 18 scatti di cui si compone la mostra fotografica di Andrea Rossetti che si è inaugurata il 19 marzo e che resterà allestita (previa prenotazione al numero 02.89656658) fino al 20 giugno. Le scritte sui muri di questi posti raccontano gli anni di sofferenza e le tragedie che hanno colpito queste zone. «Siamo arrivati nei territori proprio nel giorno in cui c’è stato il più imponente bombardamento di Gaza degli ultimi anni, la situazione non era certamente distesa – dichiara Andrea Rossetti – muoversi in quei giorni è stato davvero difficile, c’è una guerra in corso».


In questo caso l’appoggio di un’organizzazione come Coopi è stata fondamentale: «Coopi, grazie anche ai finanziamenti di Echo, sta portando avanti dei lavori infrastrutturali importanti in questa zona, sopratutto nella zona di Nablus». E conclude: «Walls vuole esortare ad una riflessione, mostrando alcuni luoghi significativi e controversi, lungo le centinaia di chilometri del tracciato del muro di separazione e all’interno di città palestinesi».