giovedì 30 aprile 2009

CAPPELLA DI OTANIEMI

La ventesima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino è stata assegnata alla Cappella di Otaniemi: un piccolo edificio degli architetti Kaija (1920- 2001) e Heikki (1918-) Siren, realizzato nella metà del Novecento in una radura del campus universitario del Politecnico di Helsinki.



Le magistrali essenzialità e trasparenze dell’architettura restituiscono alla natura il compito di mostrare il sacro, danno senso e misura a uno spazio di esperienza educativa, spirituale e sociale, culturale e musicale per l’intera comunità di famiglie e di studenti. Natura, architettura e società si incontrano così in crogiuolo di forma e vita.



Intitolato a Carlo Scarpa (1906-1978), uno dei maestri del Novecento nell’arte del paesaggio, il Premio è stato istituito dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche con l’intento di diffondere le scienze e le arti del “governo del paesaggio”.


Coordinato da Domenico Luciani, direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche, con una giuria internazionale, presieduta da Lionello Puppi, promuove ogni anno una campagna di attenzioni verso un luogo particolarmente denso di valori di natura e di memoria.



“Il riconoscimento non è attribuito tanto a inventori o committenti, rifugge fenomeni effimeri e ricerche d’effetto. Segnala, piuttosto, la sapienza nel governo del luogo, la responsabilità e la continuità che consentono di far vivere un paesaggio, di ritrovarlo rinnovato, in un equilibrio tra innovazione e conservazione”. Il Premio consiste, inoltre, nella raccolta sistemica dei relativi materiali bibliografici e cartografici, messi a disposizione per la consultazione pubblica nella biblioteca/centro documentazione della Fondazione, e nella pubblicazione di un dossier curato e realizzato dalla Fondazione; che, annualmente, testimonia la storia, la geografia, le condizioni del luogo premiato.

>>>

mercoledì 29 aprile 2009

LA TERRACOTTA DI MAZZONI

La città di Modena ha sempre tenuto in grande considerazione Guido Mazzoni, il suo maggior artista del Rinascimento e senza dubbio la personalità di più grande spicco dopo Wiligelmo e Lanfranco». Così inizia la monografia sul Mazzoni del 1990 di Adalgisa Lugli. Rinnova il rimpianto per la scomparsa di una giovane studiosa che era fra le migliori speranze degli studi italiani l’impatto stupefacente con le opere dell’artista in una mostra, con catalogo Panini a cura di Giorgio Bonsanti e Francesca Piccinini, che nel titolo fa giustamente appello primario all’emozione.


Compianto sul Cristo morto, 1476-1477
Chiesa Santa Maria degli Angeli - Busseto (PR)


Particolare del Compianto sul Cristo morto


Particolare del Compianto sul Cristo morto

Particolare del Compianto sul Cristo morto

Va a merito della Lugli l’aver riscattato Mazzoni dalla limitazione di stampo idealistico di essersi avvalso di un’arte e di una materia prive della «nobiltà» del marmo o del bronzo e delle procedure «artigianali» di modellazione della terracotta dipinta. Solo attraverso l’esaltazione esclusiva (un solo bronzo noto, in mostra) e radicale di quella materia e di quelle procedure, soprattutto l’uso indubbio del calco dal vivo, che aveva già sperimentato Donatello nell’unico capolavoro pervenutoci di quel genere, il busto fiorentino di Niccolò da Uzzano, Mazzoni potè offrire alla cultura settentrionale dei Compianti sul Cristo morto il massimo di espressività illusionistica del suo «realismo rinascimentale», secondo la formula coniata dalla Lugli.


Madonna col Bambino e donatori o “Madonna della Pappa”

In questo senso l’impressionante «verità» quotidiana e di variegati sentimenti dei suoi personaggi recitanti (spesso ritratti di nobili committenti, come nel caso di Ercole I d'Este che in veste di Giuseppe d’Arimatea rappresenta in mostra il Compianto dal Gesù di Ferrara), travalica lo sconvolgente espressionismo «alla ferrarese» del compagno di strada Niccolò dell’Arca nel famoso Compianto di Santa Maria della Vita a Bologna. Giustamente Niccolò è rappresentato in mostra dal più severo naturalismo illusionistico del busto di San Domenico del Museo di San Domenico a Bologna, già sopra la porta della cappella delle reliquie, con la mimési radicale del calco dal vero delle grandi mani e del libro che esse reggono.

Madonna col Bambino e donatori o Madonna della Pappa particolare (Fanciulla che soffia sulla pappa)

E' affascinante il confronto con le singole teste pervenuteci di Mazzoni, il Frate francescano del Museo dell’Osservanza di Bologna, il Vecchio della Galleria Estense di Modena, il busto di Dolente del Museo Schifanoia di Ferrara. Ma è anche un confronto intrigante e impari in ordine al realismo, stante la condizione di frammenti delle teste del Mazzoni rispetto all’integrità del busto di Niccolò. Purtroppo non è stato concesso il vertice di pulsione vitale del Mazzoni, il Busto di bambino che ride di Windsor Castle, probabile ritratto di Enrico VIII.La piena ammirata comprensione della potenza espressivo-mimetica e dei ritmi spaziali, sui due versanti dell’emozione drammatica e degli umani affetti, a cui Mazzoni seppe attingere altrettanto quanto Gaudenzio Ferrari come plasticatore nella successiva generazione nordica, rimane affidata in mostra al primo dei suoi Compianti, da Santa Maria degli Angeli di Busseto, e alla Madonna con il Bambino in trono dalla parrocchiale di Guastalla. Indipendentemente dalle dimensioni, è la mancanza di tale costante potenza espressiva a rendere insostenibile l’attribuzione del modello in piccolo del Compianto oggi al Gesù di Ferrara, inviato dalla Galleria e Museo di Palazzo Mozzi Bardini di Firenze.

Testa di Cristo su cuscino (frammento di Compianto)

Inversamente, è parte integrante e necessario complemento alla mostra l’ulteriore visione modenese degli altri due capolavori del Mazzoni, il Compianto in San Giovanni Battista, purtroppo ormai sostanzialmente spoglio del suo colore originario ,e soprattutto la stupenda Madonna e donatori detta Madonna della Pappa nella cripta del Duomo. Il secondo protagonista della mostra è il modellatore in terracotta cinquecentesco Antonio Begarelli, grande inscenatore di un teatro di ortodossia cattolica nei decenni della Riforma, che dipingeva di bianco le sue figure classicheggianti per fingere il marmo.

EMOZIONI IN TERRACOTTA

MODENA, FORO BOARIO

FINO AL 7 GIUGNO

>>>

martedì 28 aprile 2009

UN MUSEO PER LA ‘SEÑORA DE CAO’

Un moderno museo ha appena aperto i battenti nel complesso archeologico di El Brujo, 700 chilometri a nord di Lima, per accogliere la ‘Señora de Cao’, una giovane donna della cultura precolombiana Mochica (o Moche, datata tra il I e il VII secolo della nostra era), a cui sono attribuiti poteri divini, che governò la lunga e stretta striscia di terra desertica della costa settentrionale del Perù 1700 anni fa.

Si tratta dell’unica unica governante donna di cui si ha notizia nel paese andino, tornata alla luce nel 2005 grazie all’archeologo Régulo Franco: nella tomba ospitata in un tempio a Cao Viejo, a tre metri di profondità, fu rinvenuto un involucro funerario lungo un metro e 80, largo 90 centimetri e alto 60.
All’interno, il corpo mummificato e perfettamente conservato grazie a speciali tecniche di imbalsamazione di una giovane donna di età stimata tra i 20 e i 25 anni, ornata con almeno 18 collane d’oro, argento, lapislazzuli, quarzo e turchese e diademi di rame dorato.
Su braccia, mani e piedi sono ancora ben visibili, colorati tatuaggi di serpenti e rane e ippocampi, probabilmente simboli della fertilità della terra e di doti divine; per evitare la decomposizione, secondo Franco il suo corpo fu cosparso con solfato di mercurio.
Per gli abitanti della regione, la dignitaria della cultura Mochica, oggi rappresenta anche la speranza di poter migliorare le loro condizioni di vita attraverso l’accoglienza ai turisti e la vendita di prodotti artigianali.
La ‘nuova casa’ della ‘Señora de Cao’ si inserisce nel circuito dei grandi musei del nord del Perù tra cui quello delle Tombe Reali, ispirato alle antiche piramidi tronche e inaugurato nel 2002, dove riposa il ‘Señor de Sipán’, il cosiddetto “Tutankhamon delle Americhe”, rinvenuto nel 1987 nella zona archeologica della Huaca Rajada, nel dipartimento di Lambayeque.
>>>

lunedì 27 aprile 2009

AMERICAS LATINAS. LAS FATIGAS DEL QUERER

L’arte contemporanea latinoamericana è una delle più interessanti realtà del panorama artistico internazionale: la difficile situazione politico-economica del Continente Sud-americano ha generato pulsioni e passioni artistiche estremamente dense.
Per lo più si tratta di un’arte politica, di ribellione e di rivoluzione. Un’arte forte, come ancora rimane forte in America Latina la memoria della conquista e dell’evangelizzazione europea, e violenta come violente furono le sanguinarie usanze dei popoli indigeni precolombiani. Un’arte contemporanea tendenzialmente barocca, figlia di una mentalità complessa e di una cultura di osmosi: quella tra le tradizioni indigene e quelle occidentali-europee.

Vik Muniz

Durante il lavoro di ricerca sono emersi alcuni temi stabili attorno ai quali si coagulano energie molto precise di artisti con provenienze disparate. L’indagine sulla natura, l’attenzione alla mutazione dei popoli, il rapporto con la vita, con la morte, con il sangue. Essi si declinano dall’intellettualità alla passionalità, dall’istintività ad una ipotesi di razionalità, in modo ben diverso tra un luogo e l’altro del continente. La stessa evoluzione dei rapporti fra popoli preesistenti e immigrati di varie origini, europee e interamericane, la mescolanza e talvolta il conflitto tra religioni, cosmogonie e evangelizzazioni portano a nodi problematici paralleli ma non necessariamente similari.

Adriana Bustos

Parlare di un’arte latinoamericana come di un’unità generale coerente e specifica appare però come una semplificazione. E’ difficile parlare di un’arte pan-latino-americana, se non forzando un po’ le cose: poco ha a che vedere il Cile con Panama, come quasi nulla ha a che fare il Brasile con il Messico o un argentino con un boliviano.

Louis Gonzales Palmas

La mostra “Americas Latinas: Las fatigas del querer” infatti, come recita il titolo stesso (“Americhe Latine”), offre un panorama multiplo, diversificato e complesso, come è quello della realtà politica economica sociale e creativa del continente sudamericano. Non un’interpretazione univoca e definitiva, bensì spunti poetici per avvicinarsi alla comprensione di un paese così lontano e così vicino a noi. Una mostra che lascia aperto l’enigma e si limita solo ad essere una documentazione delle più significative correnti e qualità artistiche. Un ritratto variegato che, con la presenza sia di Maestri ormai defunti sia di artisti dell’ultima generazione, sarà una narrazione personale di Philippe Daverio sulla sua percezione dell’America Latina.
La mostra ha per contenuto le evoluzioni delle arti figurative dell’America Latina nella contemporaneità ed è basata su alcuni nuclei tematici “chiave” (sangue, morte, anima, natura, città), che saranno anche declinati e ripercorsi, allo Spazio Oberdan, attraverso contributi di autori e incontri rappresentativi della letteratura latino-americana.


Tania Bruguera


Si passa dalla truculenta crudezza delle opere della cubana Tania Bruguera alla sottile spietatezza delle opere dell’argentina Nicola Costantino, senza trascurare le impressionanti visioni sanguinose della brasiliana Adriana Varejão.
Ernesto Neto

Dalle installazioni filamentose di Ernesto Neto, alle performance (fotografate) di Ana Mendieta, alle ispirazioni folli di Arthur Bispo do Rosario, fino a Beatriz Milhares, Vik Muniz, al fotografo guatemalteco Louis Gonzales Palma, ai giovani cubani Los Carpinteros, Ivan Capote, al cileno Demian Schopf, al brasiliano Josè Rufino, per citarne alcuni.


Los Carpinteros

Non mancano artisti poco frequentati dal mercato. L’artista argentina Alejandra Mettler nei mesi precedenti all’apertura della mostra ha lavorato con le donne indigene di Salta – una provincia al nord-est dell’Argentina, ai piedi delle Ande – per la produzione di un’enorme bandiera latinoamericana. L’opera rientra nel progetto comunitario Banderas Unidas, e per lo Spazio Oberdan è coordinata da Jean Blanchaert.


Daniel Santoro

Una sezione video a cura di Paz A. Guevara e Elena Agudio viene programmata nella sala cinematografica dello Spazio Oberdan con video di artisti come Iván Navarro (Chile), Mika Rottenberg (Argentina), Martin Sastre (Uruguay), Nada Alvarado (Bolivia), Eduardo Srur (Brasile), Javier Tellez (Venezuela), Regina José Galindo (Guatemala), Ana Mendieta (Cuba), Antonio González Paucar (Perú), Rosangela Rennò (Brasile).
Spazio Oberdan
Sede Viale Vittorio Veneto 2, Milano 20121 - MappaInformazioni Tel +39 02 77406300 http://www.provincia.milano.it/
Inaugurazione mercoledì 13 maggio 2009 ore 18.30
Dal 14 maggio al 4 ottobre 2009
Biglietto:intero €4,00, ridotto €2,50; gruppi scolastici €1,50
Ingresso libero il primo martedì di ogni mese
Mostra promossa e organizzata dalla Provincia di Milano
In collaborazione con Adac/Associazione Diffusione Arte Cultura di Modena
Spazio Oberdan Viale Vittorio Veneto 2 Milano 20121
>>>

sabato 25 aprile 2009

LA MISTICA ECOLOGISTA DI LAIB

La Fondazione Merz di Torino ospita la grande eco-installazione dell'artista tedesco maestro di una Land Art mistica. E a giugno, il rito del fuoco indù .
di LAURA LARCAN

I bramini in una installazione di Laib

"Una lunga storia è all'origine di questo evento. In occasione di Documenta 1987, Mario Merz mi invitò ad esporre un vaso di polline su un suo tavolo a spirale. Ciò fu l'inizio di una bellissima e preziosa amicizia tra due artisti con - credo - vite differenti, differenti età, ma talvolta uno sguardo molto simile. Entrambi rimanemmo reciprocamente affascinati, cosa che ha arricchito molto le nostre vite...". E' Wolfgang Laib a raccontare il cuore della sua personale che la Fondazione Merz accoglie dal 9 aprile al 7 giugno sotto la cura di Beatrice Merz e Maria Centone.
Le immagini
Un percorso singolare e ispirato, come lo è d'altronde l'arte del tedesco Laib, classe '50, uno degli artisti più straordinariamente innovativi degli ultimi trent'anni, annoverato tra i protagonisti della Land Art, ma con uno spirito tutto suo, diventato famoso per usare il polline che raccoglie dai campi infiorati che circondano la sua casa a Metzingen, nel Sud della Germania, per avere un giallo brillante d'una luminosità indefinibile, quasi nello stile del Beato Angelico, o il riso, l'alimento essenziale nelle culture asiatiche, o ancora la cera d'api, con cui costruisce scale monumentali in una sorta di ziggurath mesopotamiche.
E tra gli "igloo" e le "spirali" e le sequenze dei numeri di Fibonacci del grande Mario Merz, si inserisce il complesso progetto espositivo di Laib che lui articola in due momenti. Prima invade l'intero spazio con l'installazione di centinaia di piccole montagne di riso, dove si innesta una linea di piccole montagne di polline, accanto alla creatura totemica dello Ziggurat fatto con cera d'api, poi, dal primo giugno e per una settimana a seguire porterà alla Fondazione quarantacinque Bramini, provenienti da uno dei più importanti templi del sud dell'India, che officeranno ogni giorno il millenario rito del fuoco.

"Ci saranno 33 fuochi - racconta Wolfgang Laib - con 33 Bramini seduti davanti ad ogni fuoco e altri 12 che porteranno tutto il materiale necessario, oltre a tre cuochi indiani che prepareranno il cibo da bruciare. Tre ore al mattino e tre ore alla sera, per sette giorni di seguito. È un rito Mahayagna, una cerimonia vedica che si tramanda immutata da millenni e che ha le sue radici nella cultura vedica indù ma al tempo stesso la trascende poiché si celebra per il benessere del mondo intero e di tutti gli esseri viventi. Si brucia il mondo materiale, simboleggiato dai vari tipi di cibo, riso, lenticchie, burro, frutta, verdura, fiori e latte, insieme a pezzi di stoffa, vestiti, erbe e piante medicinali: si tratta di rinuncia e di rinascita, della nascita di un qualcosa di nuovo e di completamente differente".

Un evento cui il pubblico potrà assistervi in orari definiti. Un crescendo di situazioni che ci spiega lo stesso Laib: "Il polline rimanda all'inizio e alla creazione, le montagne di riso e lo Ziggurat di cera d'api (piramide a gradoni) al nutrimento e al legame del cielo con la terra, il fuoco alla fine, alla distruzione e possibile rinnovamento del mondo, alla trasformazione del fisico, ad un nuovo ciclo, alla condizione del cambiamento". Una mostra che, dunque, rivela in profondità l'indole mistica ed ecologica di Laib, figlio di un medico e con una laurea in medicina, artista che fa una scelta essenziale usando materiali rigorosamente naturali, caratterizzati da una loro personalità energetica, per plasmare eco-installazioni, forgiate da un'ispirazione che viene dalle filosofie orientali, da una devozione buddista, che negli anni Settanta viene alimentata dai viaggi e soggiorni in India, quella del profondo sud, considerato la sua "casa spirituale", dove ha lavorato anche per il Gandhigram il Centro di divulgazione del pensiero di Gandhi.

Un'arte, quella di Laib, che negli anni Ottanta si è nutrita dell'esperienza diretta di terre e civiltà come Sumatra, Hong Kong, Tibet e Cina, per poi affrontare i paesaggi dell'Arizona e del New Mexico, visitati con la moglie Carolyn e la figlia Chandra, fino alla Mesopotamia degli anni Novanta, da cui ha tratto un'euforia tutta sua per le strutture monumentali che vivono a braccetto con suggestioni archeologiche e architettoniche. E' infatti dal '75 che Laib comincia a produrre le sue famose "Milkstones" (Pietre di latte), che attraggono subito critica e pubblico per poi sperimentare le installazioni di polline, che l'artista dispone in quadrati o rettangoli sul pavimento o in perfette sequenze di piccole montagne coniche. All'alba degli anni Ottanta Laib ricorre al riso, lo dispone nei thali, i tipici piatti d'uso quotidiano per mangiare o per presentare offerte al tempio, elaborando i suoi "Rice Meals", convertite posi nelle "Case di Riso", strutture di legno coperte di metallo o di marmo circondate da montagne di riso. E dal 1987, Laib approda alla cera d'api.
Ecco quindi che l'evento alla Fondazione Merz, come rivela Wolfgang Laib: "Sarà molto più di un'esposizione con diversi oggetti e lavori, non una mostra per un artista individuale, ma riguarderà il mondo, l'universo e anche la nostra propria esistenza. Io stesso ho questo sogno da tutta la mia vita, da quando ho provato a diventare un medico, accorgendomi molto presto che ciò significava occuparsi solo del corpo fisico, e che la nostra vita ed esistenza non potevano essere ridotti alla sola materia".
Notizie utili - "Wolfgang Laib", dal 9 aprile al 7 giugno 2009, Fondazione Merz, via Limone 24, Torino.
Orari: martedì - domenica 11 - 19.
Ingresso: € 5,00 intero, € 3,50 ridotto
Informazioni: tel. 011-19719437, http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/arte/recensioni/laib-recensione/laib-recensione/www.fondazionemerz.org
>>>

venerdì 24 aprile 2009

LAMBRETTO ART PROJECT - LAP

1.500 mq ricavati da un capannone, dipinto di azzurro, dalla tipica copertura a shed in cui si innesta un nuovo volume: una torre periscopica contenente una foresteria, due laboratori e un mega schermo destinato alla proiezione di video e non solo.Gli spazi di LAP sono situati come un’isola tra il fiume Lambro e il canale Lambretto, proprio nell’area dove un tempo si trovavano gli stabilimenti produttivi della storica “Lambretta”.Ideato da Mariano Pichler, già promotore da diversi anni della riqualificazione dell’ex quartiere operaio di Lambrate, Lambretto Art Project vuole essere un osservatorio della creatività e del pensiero contemporaneo.


LAP ospiterà progetti interdisciplinari connotati da una forte vocazione sperimentale e di ricerca, accogliendo proposte di giovani artisti e curatori indipendenti, trasversali al mondo dell’arte, del design, del cinema, della grafica e dell’architettura, con un’alternanza di progetti e collaborazioni che si inseriranno nel calendario culturale milanese.LAP va inoltre ad arricchire ulteriormente il distretto di Lambrate, già sede di alcune tra le realtà creative più propositive e affermate della città, come le gallerie d’arte Massimo De Carlo, Zero, Francesca Minini, Manuela Klerkx, Pianissimo, Prometeogallery, Plusdesign, la Casa Editrice Abitare–Segesta, la Scuola Politecnica di Design, la libreria Art Book Milano e Radio 101.LAP non è quindi una fondazione, né un museo con un curatore fisso e una programmazione prestabilita.LAP si propone come un osservatorio, uno spazio dinamico, aperto alla sperimentazione e alla ricerca, uno spazio di accoglienza per le arti e i mestieri del contemporaneo e per i suoi attori.

A inaugurare Lambretto Art Project è stata l’installazione dell’artista Nico Vascellari “I Hear a Shadow”, che per l’occasione ha presentato nei nuovi spazi LAP un’inedita scultura in bronzo di grandi dimensioni realizzata attraverso un complesso processo di fusione. Ha anticipato la mostra una nuova performance dell’artista insieme ai due gruppi musicali Burial Hex e WW, la prima dopo quella ospitata alla Biennale di Venezia 2007. Testo critico a cura di Andrea Lissoni.
Il progetto architettonico del LAP è stato curato da Mariano Pichler con Ruattistudio Architetti.

>>>

giovedì 23 aprile 2009

PREMIO PULITZER

Il PREMIO PULITZER, assegnato ogni anno in aprile per ognuna delle 21 categorie considerate, è stato istituito nel 1917 per volontà del giornalista e magnate di origine ungherese Joseph Pulitzer (1847-1911) che, alla sua morte, lasciò i soldi alla Co­lumbia University.
Per la fotografia, quest’anno,è stato premiato Patrick Farrell del quotidiano “Miami Herald”. Nel 2008 ha realizzato un servizio che documenta la terribile distruzione provocata dal passaggio dell’uragano “Ike”, abbattutosi su Haiti. Le vittime furono 800 e un milione di persone rimase senza casa.

una bambina di quattro anni malnutrita al punto che, al suo arrivo alla clinica di Martissant ad Haiti, la madre stava già preparando il suo funerale (Reuters)


(Pulitzer board)

Funerale per le vittime del crollo della scuola «La Promesse», nei pressi della capitale Port-au-Prince (Ap)


Soccorritori trasportano il corpo dei una vittima del crollo della scuola «La Promesse» (Ap)


Due donne in un magazzino trasformato in centro per senza casa (Ap)


(Ap)


Bambina gioca davanti ad uno scuolabus distrutto dalle inondazioni (Ap)


I corpi dei bambini vittime delle inondazioni provocate dall'uragano Ike vengono caricato su un pick-up (Ap)

Padre stringe il corpo senza vita della figlia di cinque anni (Ap)


(Ap)


(Ap)


Un terzo delle vittime della stagione degli uragani ad Haiti sono bambini (Ap)


(Ap)


tendopoli per gli sfollati rimasti senza casa dopo il passaggio dell'uragano Ike (Ap)


(Ap) Donne in travaglio aspettano un letto all'ospedale di Medici Senza Frontiere di Port-au-Prince

L'autore del reportage, il fotografo Patrick Farrell


Related articles
· NY Times awarded five Pulitzers (news.bbc.co.uk)
· Arthur Fournier: Haiti on the Brink (huffingtonpost.com)
>>>

mercoledì 22 aprile 2009

CERAMICHE COME SCULTURE

Le suggestive sculture ceramiche contemporanee tornano a decorare il Giardino delle Osmunde dell'Hotel Cernia di Sant'Andrea all'Isola d'Elba. Dal 18 aprile al 30 ottobre e' in esposizione la quinta edizione della mostra ''Arte in giardino''. L'arte incontra la natura, per un percorso originale. Autore protagonista di quest'anno e' lo scultore Riccardo Biavati, riconosciuto come uno dei piu' poetici e fantastici del panorama ceramico nazionale. Lasciandosi ispirare dalla trama del territorio elbano con i suoi elementi naturali e storici, propone opere tratte da segni e elementi arcaici delle favole e tradizioni popolari. Riccardo Biavati vive e lavora a Ferrara, sua citta' natale, dove fino a pochi mesi fa ha insegnato disegno all'Istituto d'Arte Dosso Dossi. Scultore ceramista, realizza anche raffinati acquerelli che spesso sono gli studi e i progetti per le opere tridimensionali.



La sua ceramica è estremamente materica e le sue opere sono essenzialmente figure molto stilizzate che si riferiscono a elementi dell’ambiente naturale circostante, che lui visualizza e rielabora come personaggi dalla vita propria, che dominano e spesso proteggono le nostre esistenze umane.
Questa nuova esperienza focalizzata sugli elementi naturali del Giardino delle Osmunde, gli ha offerto la possibilità di un confronto diretto con un ambito da lui sempre rielaborato fantasticamente, un ulteriore stimolo nella sua costante ricerca poetica e artistica, con la sfida intrinseca che l’ambiente naturale porge verso le opere d’arte inserite nel suo contesto.

Per informazioni:
APT Isola d'Elba Tel. 0565.914671
Hotel Cernia Tel. 0565.908210
>>>

ShareThis

post<li>
Related Posts with Thumbnails