domenica 31 gennaio 2010

L'ARTE ABORIGENA, TRA NATURA E COLORE

«Australia today» a Palazzo Incontro

Opere realizzate con bastoncini di legno, pigmenti naturali, carbone fossile, erbe e bacche selvatiche.

L'arte australiana, quella degli aborigeni amanti della natura che traggono ispirazione dal "Tempo del Sogno", è in mostra a Roma. A Palazzo Incontro, sede della Provincia di Roma, fino al 7 marzo, con il titolo «Australia today» espongono 127 artisti rappresentativi delle più importanti e arcaiche tribù dell'Australia.

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Rover Thomas, nato nel 1926 a Gunawaggi, in Australia, è morto nel 1998. (Foto internet)

GLI ABORIGENI E IL TEMPO - Curata dalla National Gallery Firenze - presieduta da Marco Parri e con la direzione artistica di Luca Faccenda - la mostra propone per la prima volta in Italia l’arte degli artisti nativi del grande continente australiano come Rover Thomas, Clifford Possum, Judy Watson Napangardi e Nancy Nungurrayi. In mostra, lungo i suggestivi 24 saloni espositivi del Museo, 220 opere tra le più importanti del continente australiano. Ma da dove traggono la loro ispirazione questi talenti aborigeni? E che cosa è il "Tempo del Sogno" a cui si rifà la tradizione aborigena? «Il popolo degli aborigeni – spiega Faccenda - è costituito da una moltitudine di tribù o clan che vengono spinti al nomadismo dalla ricerca continua di cibo. Nel loro girovagare non portano con sé che pochissimi manufatti abbandonando gli oggetti di uso quotidiano più ingombranti ogni qualvolta si spostano dietro ai branchi di canguri o alla ricerca di emu. Le loro radici culturali, basate su leggende, giungono dalla notte dei tempi o meglio dal "Tempo del Sogno": ovvero quel momento collocato prima dell’inizio dello scorrere del tempo che essi indicano con "Tempo Antico", che precede il "Tempo del Lontano Passato", e dunque molto distante, e poi il "Lunghissimo Presente", l’oggi. Ricordiamo tuttavia che gli aborigeni non misurano il tempo neppure con lo scorrere delle stagioni».

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image Emily Kame image Fencer1

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image Judy Watson, Napangardi image Lily Karedada

image Linda Syddick, Napaltjarri

image Nancy Napanangka, Nanninurra

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image Tommy Carroll, Jambin

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Rover Thomas, no name

SIGNIFICATI SIMBOLICI E NATURA - Queste popolazioni, che non conoscono la scrittura, sono riuscite a tramandare tutto il bagaglio delle loro esperienze tramite le arti figurative. Ogni manufatto cela un significato esplicitato per simboli, spesso con un esteso significato esoterico, che ne impedisce, ai non iniziati, anche la più semplice lettura. Quella degli aborigeni è un’arte prodotta usando strumenti rudimentali come dei semplici bastoncini di legno masticato o i capelli, usati come pennello per dipingere o per tirare le linee. La gamma cromatica, pur vastissima, è ottenuta da pigmenti naturali, come le ocre o le argille di diverso colore, il carbone fossile per i neri e i succhi delle erbe e delle bacche selvatiche. Le rappresentazioni hanno come supporto la corteccia di eucalipto, mentre la tela, o la carta riciclata, compaiono solo in tempi recenti. Oltre questo tutto ciò che si possa dipingere tra le cose che offre il deserto come le pietre, le grandi uova di emu e i rami secchi dell’eucalipto che il vento e il sole modellano in forme che ricordano gli animali come il serpente, l’iguana e la tartaruga.

TOTEM - «Abbiamo diviso in cinque parti principali – aggiunge Faccenda - questa straordinaria produzione artistica la cui provenienza abbraccia tutti gli stati del continente australiano. Il panorama completo diviso per tribù sarebbe impossibile da comporre a causa del grande numero di popoli - ognuno con un proprio idioma - che vivono sparsi su milioni di chilometri quadrati». Il Totemismo è uno dei principali modi per avvicinare gruppi di individui che si considerano simili. Se gli "Esseri Mitici" raffigurati come totem e che giungono dal "Tempo del Sogno" non venissero celebrati, la natura cesserebbe di esistere: questo è ciò che gli aborigeni credono.

UN UNICO MONDO - Gli uomini, così come gli animali, le piante e tutti i fenomeni naturali come vento e pioggia giungono dalla stessa origine spirituale e sono in stretta dipendenza l’uno dall’altro: dunque se il compito dell’uomo è quello di perpetuare il rito anche attraverso la rappresentazione totemica, quello della natura è di prosperare offrendo doni indispensabili alla sopravvivenza. Gli dei delle tribù australiane vengono definiti come divinità celesti, in sostanza personificazioni mitiche del cielo attraverso le sue manifestazioni atmosferiche come l’arcobaleno e il fulmine. Inoltre la maggior parte degli "Esseri Ancestrali", conclusa la propria opera creativa durante il "Tempo del Sogno", si ritirarono in specifici luoghi del paesaggio dove lasciarono la loro traccia sotto forma di dipinti rupestri.

Museo di Palazzo Incontro
Via Dei Prefetti, 22
Fino al 7 marzo 2010
Orario: 10-19 Lunedì chiuso

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sabato 30 gennaio 2010

LE FUMATRICI DI HASHISH

“Quando finirà questa infame noncuranza, questa vergognosa incoscienza artistica e nazionale verso il piú grande artista che l’ Italia ha avuto da Tiepolo ad oggi?… L’opera di Gaetano Previati è di una vastità e di un valore che sconcertano… Previati è il solo grande artista italiano, di questi tempi, che abbia concepita l’arte come una rappresentazione in cui la realtà visiva serve soltanto come punto di partenza….” è ciò che sostenne Boccioni in un articolo del 26 marzo 1916.

Paolo e Francesca (1901)

Nato a Ferrara il 31 agosto 1852, Gaetano Previati iniziò gli studi presso il locale istituto tecnico, nel 1870, a diciotto anni preferì iscriversi alla scuola di Belle Arti di Ferrara, avendo per maestri il Paglierini e il Domenichini, considerati a quel tempo i maggiori pittori ferraresi.

Il giorno risveglia la notte


Successivamente frequentò l’Accademia d’arte di Firenze, per trasferirsi quindi a Brera sotto la guida di Bertini: è nel capoluogo lombardo che Previati inizia la sua vera attività artistica, spiccando subito per modernità e innovazione.

Ireos (1912)


Esordì con una pittura romantica di contenuto soprattutto storico. Quindi si avvicinò agli scapigliati e ai divisionisti, in particolare a Vittore Grubicy, affrontando nuove tematiche e cominciando gradatamente a scomporre le immagini delle sue tele in filamenti di colore luminoso.

La crocifissione


Il pittore ferrarese è infatti universalmente considerato come l’iniziatore delle istanze divisioniste in Italia.

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L’Ottocento, che in Europa è caratterizzato dalla nascita della nuova pittura impressionista, e poi post impressionista, in Italia si chiude ancora in un clima culturale legato alla pittura regionalista. Gaetano Previati è tra i pochi autori che superano la tradizione della pittura di storia ottocentesca aprendo il secolo nuovo alle modernità propria del Divisionismo e del Simbolismo.

La danza delle ore

Fu con l’opera “Mattino” che il pittore stesso considerò come la prima opera eseguita nella nuova maniera della “spezzatura del colore che dà l’impressione di una maggiore intensità di luce”.

Fumatrici di hascish (1887)

“Le Fumatrici di hashish” del 1887; ambientando la scena in un interno fumoso e ovattato da tappeti policromi morbidamente ammucchiati sul pavimento, dove l’atmosfera orientaleggiante si lega all’idea della trasgressione e del peccato, questo quadro di Previati rappresenta l’interpretazione più tipica di ciò che l’occidente di allora intende per Orientalismo.

Madonna con bambino (1910)

Le illustrazioni per i racconti di E. A. Poe, degli anni 1887-1890, gli incontri col simbolismo europeo, in particolare con F. Rops ed O. Redon, diedero alla sua opera una vena simbolica e sentimentale, allegorica e mistica, come nel lavoro “Maternità” degli anni 1890-91 esposto a Brera alla Triennale di Milano del 1891, data dell’inizio ufficiale del movimento divisionista italiano.

Previati terminò il suo percorso terreno in Liguria, a Lavagna, il 21 giugno 1920.

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venerdì 29 gennaio 2010

LA TRAGEDIA DEL POPOLO HAITIANO NELLE OPERE DI BASQUIAT

In questi giorni di immagini agghiaccianti che provengono dai martoriati Caraibi, dall'archivio della memoria balzano fuori evocazioni sorprendenti.
Haiti & Basquiat. Un binomio spesso dimenticato.image

Da una parte c'è il poeta maledetto, nero, figlio di un immigrato haitiano nella Grande Mela degli anni ottanta. Definito come «il James Dean della pop art», Basquiat fu amico di Warhol e amante di Madonna. Fu artefice di incredibili performance da quotazione finanziaria e si fece stroncare dall'eroina, con sole 28 primavere sulle spalle. Quelle spalle da boxeur - la boxe era, per Basquiat, uno stile di vita ed egli, sovente, comparava l'arte a un ring su cui combattere – con le quali affrontava i colpi della vita.

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Dall'altra, c'è l'inferno tropicale di Haiti. L'Hispaniola di Colombo. Da approdo messianico a landa spaventosa, il passo è breve. Di mezzo ci sono cinque secoli di un colonialismo in un luogo ove la stessa crosta terrestre pare lacerarsi, a causa del dolore.

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Con tale identità, localizzata su quest'isola sede di tutte le depressioni umane, Basquiat diventa cantore. E mette in scena grezze sequenze metropolitane dal sapore tribale. Un trionfo dell'arte negra nel quale oggi diviene difficile non scorgere echi lontani con le dolorose immagini rimbalzanti sui media riguardanti il terremoto a Port-au-Prince.

Basquiat, raccontando il dramma atavico (a matrice schiavista) della sua terra, pare capace di anticipare persino i drammi attuali. In foto c'è la tragedia di un popolo, che è tragedia dell'umanità tutta. Sulla tela tutto si sgretola in forme brutali. Gli esseri umani paiono scheletri. E nonostante, alla fine, il colore trionfi, c'è sempre la sensazione che sia successo qualcosa di troppo grave.

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E il segno grafico lo sottolinea. Ornano il tutto, infatti, scritte ossessive e – a tratti – incomprensibili. Messaggi che valsero, al malinconico Jean-Michel l'epiteto minimizzante di "graffitaro". Basquiat, a onor del vero, fu molto di più. Basti guardare come abbozza personaggi spiritati su scenari devastati: vibrante.

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«La persona è all'esatto centro tra ciò che è visibile e il mondo dello spirito» sono soliti dire gli sciamani, ad Haiti. Dove le bandiere utilizzate nei riti voodoo, divengono esse stesse opere d'arte. Tanto che finirono per ispirare lo stesso Basquiat, che però le rivisitò in chiave di destino ineluttabile di morte. Cioè nell'epica (per immagini) di come un haitiano nero, sensibile e visionario, vede se stesso, la sua storia (la storia del suo popolo), il suo destino (il destino dell'uomo). Prima, durante e dopo ogni catastrofe.

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Soggetti, quelli di Basquiat, che suscitano stupefatto orrore. Ma anche una sorta di magico silenzio nel quale si sprigiona aroma d'ebano e sangue.

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Le immagini vivide dei culti africani ancestrali, la povertà, la schiavitù, le dittature e gli influssi cattolici che costituiscono il DNA di questa società delle manipolazioni culturali restano sospese. Tra il reale e l'astratto di un tempo senza tempo.

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Si conceda, dunque di operare un raffronto iconologico/iconografico. E lo si legga come l'omaggio, postumo, di un figlio, alla propria terra.

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giovedì 28 gennaio 2010

AUSCHWITZ-BIRKENAU, LA MOSTRA AL VITTORIANO A ROMA

Un numero impresso per sempre su un braccio. È con questa immagine che si presenta la mostra "Auschwitz-Birkenau", che si potrà visitare dal 28 gennaio al 21 marzo a Roma, nel Complesso del Vittoriano. Un'esposizione che è inserita nelle celebrazioni del Giorno della Memoria e che ricorda anche un'importante ricorrenza: il 65° anniversario della liberazione del complesso di Auschwitz-Birkenau, avvenuta il 27 gennaio 1945.

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Le divise a strisce, una valigia, un paio di scarpe, posate: scorrono nel percorso espositivo gli effetti personali dei deportati. Sono alternati a fotografie e video originali dell'epoca, che testimoniano con le immagini una tragedia in corso, che colpì milioni di ebrei, ma anche gli oppositori politici, i cosiddetti "asociali" (fra i quali rom e sinti), gli omosessuali.
Particolarmente toccante la sequenza di un gruppo di donne, completamente nude, che cercano di coprirsi come possono. Un sentimento di pudore che le accompagna alla fotografia successiva, in cui giacciono morte in una fossa comune, vittime della cosiddetta "selezione".
Dall'altra parte, le immagini della vita serena dei carnefici che lavoravano nei campi di concentramento: fotografie sorridenti di uomini e donne in divisa; una SS che accende le candele su un albero di Natale. E ancora i molti documenti scritti: in italiano, tedesco, inglese. Dalle lettere dei deportati alle delazioni che fecero deportare decine di ebrei. Dal curriculum vitae di Josef Mengele (il cosiddetto "angelo della morte"), a un rapporto degli americani che per primi entrarono nel campo di concentramento che recita: «È un fatto che i tedeschi abbiano compiuto un metodico sterminio degli ebrei». E ancora un questionario sulle torture subite compilato al ritorno dalla sua deportazione da Primo Levi, lo scrittore italiano che con i suoi libri ha fatto conoscere l'orrore in tutto il mondo.
Una voce che canta accompagna il visitatore che esce dalla mostra. È proprio la voce di Mengele, registrata molti anni dopo Auschwitz a San Paolo del Brasile, dove era riuscito a scappare e dove è morto nel 1979, sfuggendo ai processi contro i nazisti colpevoli dello sterminio. «Abbiamo scelto di far ascoltare la voce di Mengele all'uscita – afferma Marcello Pezzetti, il curatore – per comunicare al visitatore che questa non è una mostra consolatoria: non ci può essere consolazione per una tragedia di così enorme portata, specialmente al pensiero che molti dei colpevoli di questo orrendo crimine sono riusciti a scampare al giudizio».

26 gennaio 2010

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Le fotografie proposte in questa sezione sono tratte dall'Album di Auschwitz, una serie di immagini realizzate dalle SS e raccolte sotto forma di album. Lili Jacob – sopravvissuta alla Shoah – lo ritrovò pochi giorni dopo la fine della guerra e si riconobbe in alcuni scatti che la ritraevano assieme ai suoi familiari. Questa raccolta fotografica rappresenta sotto il profilo storico e umano lo sterminio sistematico degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Yad Vashem, Gerusalemme

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Andra e Tatiana Bucci con il loro cugino Sergio De Simone, 1943 Raccolta privata di Andra e Tatiana Bucci

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Birkenau: magazzini pieni di scarpe e vestiti, fotografati dopo la liberazione United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC

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David Olère. Uomini del Sonderkommando estraggono i cadaveri degli ebrei uccisi in una camera a gas sotto sorveglianza di uomini delle SS, 1946 cm 41,7 x 51,6. (Ghetto Fighters House, Beit Lohamei Hagetaot)

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Etichette del gas Zyklon B con i marchi delle ditte che producono ("Degesch", Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung – Società tedesca per la lotta ai parassiti) e distribuiscono ("Tesch und Stabenow") il gas. In primo piano l'indicazione "gas velenoso". (Raccolta Wolfgang Haney, Berlino)

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Birkenau, inverno 1943-44: l'ultimo settore edificato del campo, il BIII, detto "Mexiko", mai completato, visto dalla Lagerstraße B. (Archivio di Auschwitz Birkenau)

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Parigi, Vélodrome d'Hiver, 16-17 luglio 1942: ebrei rastrellati nella più grande razzia avvenuta sul territorio francese. I quasi 13.000 ebrei, fra cui 4.000 bambini, arrestati grazie all'aiuto della polizia francese, vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau nelle settimane successive. (Memorial de la Shoah, Parigi)

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Statistiche del numero dei prigionieri. Il 10 agosto 1942, il totale è di 23.483, di cui 158 russi. Compaiono poi i dati di 219 persone morte nell'arco di 12 ore, dall'appello del mattino a quello della sera. Dei prigionieri morti vengono indicati: la categoria, la nazionalità, il numero di matricola e la data di nascita. Le sigle: BV.RD = Berufsverbrecher Reichsdeutscher (tedesco criminale). Erz. Häftl = Erziehungshäftling (prigioniero da educare). Pole = Polacco. Jug = jugoslavo. Frz. Jude = ebreo francese. Aso = asociale. Hl. Jude = ebreo olandese. (Archivio di Auschwitz-Birkenau)

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Protocollo con l'elenco degli ebrei da eliminare prodotto durante la Conferenza di Wannsee. (Archivio politico dell'Ufficio degli Esteri, Berlino)

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Birkenau, 1943: il Krematorium IV completato. A destra il locale dei forni con i due camini; a sinistra, la parte bassa contiene tre camere a gas (Archivio di Auschwitz-Birkenau)

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Birkenau, 1943: il Krematorium III ormai completato. (Archivio di Auschwitz-Birkenau)

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Fotografia realizzata clandestinamente presso il Krematorium V, agosto 1944, da un membro non identificato del Sonderkommando di Auschwitz e fatta uscire di nascosto dal campo grazie alla fuga di un membro della resistenza polacca. (Archivio di Stato Auschwitz – Birkenau)

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Solahütte, 1944: donne ausiliarie delle SS (SS-Helferinnen) con Karl Höcker. (United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC)

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Vista aerea della fabbrica della Buna, dopo la liberazione. Fra i 35.000 prigionieri costretti in quegli anni al lavoro forzato per l'IG-Farben vi sono almeno 185 ebrei italiani, tra cui Primo Levi, alloggiati nel sottocampo Buna-Monowitz (Auschwitz III). (United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC

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