domenica 28 febbraio 2010

IL LIBRO FOTOGRAFICO. I BAMBINI DI HAITI NELL’OBIETTIVO DI STEFANO GUINDANI

L’emozione del bianco e nero per raccontare volti che dovranno tornare a sperare.

-Haiti-

Sono quelli dei bambini di Haiti ripresi dal fotografo Stefano Guindani nel corso di molteplici viaggi compiuti nell’isola caraibica prima del devastante terremoto di gennaio. Ne emergono con tutta la loro evidenza le drammatiche vicende di un Paese sconvolto da sempre dalla povertà e dalle lotte civili. Quel terremoto è andato a infierire dove già si moriva per la mancanza di tutto.

Da quei viaggi nasce un volume edito da ElectaHatiti trought the eye of Stefano Guindani“. Inizialmente pensato per finanziare “Francisville – la città dei Mestieri” progetto della Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia Onlus, alla luce della terribile tragedia del 12 di gennaio, il il libro diventa ancora più duramente attuale. E così parte dei proventi di questo progetto editoriale sarà ora devoluto anche alla Onlus per la ricostruzione di Haiti. I volti e gli sguardi sono i soggetti più rappresentati, con la volontà di dare voce ai piccoli gesti quotidiani. Come afferma Francesca Adamo in uno dei testi che accompagnano le immagini, “nel compiere questo viaggio all’interno di una cultura Guindani si lascia condurre più che dalla conoscenza, dall’emozione e dall’interpretazione” con inquadrature spesso strettissime e dai tagli imprevisti che trasferiscono perfettamente l’universo emotivo da cui traggono origine e che le differenzia da altri esiti di fotografia puramente documentaria. Claudio Marra nel testo scritto per il volume insiste particolarmente sul concetto di backstage: Stefano, da affermato fotografo di moda attivo per i più noti stilisti internazionali, ha saputo “entrare in punta di piedi in misere baracche e dolorose corsie d’ospedale, combinando senza retorica sorrisi e pianti, riuscendo perfettamente a trasmettere il profondo senso di contraddittorietà che contraddistingue quel paese che mescola bellezza e tragedia”. Così possiamo riflettere “sul lato buio del nostro vivere privilegiato con il quale troppo spesso ci rifiutiamo di fare i conti.”

Per vedere alcune immagini, visitate il sito

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SOLEIL, UNA SFIDA ALLA GRAVITÀ

Il gruppo del Nuovo Circo più famoso del mondo riporta in scena il mitico «Saltimbanco» creato diciotto anni fa

Doveva chiudersi alla fine del 2006 in Brasile la lunghissima tournèe di «Saltimbanco», che da quattordici anni girava il mondo sotto lo chapiteau del nuovo circo più famoso del mondo, il Cirque du Soleil. Invece da quest’anno lo spettacolare allestimento riprenderà la corsa, riadattato da Franco Dragone per i palazzetti del pianeta, di cui ostinatamente tenta di sfidare la legge di gravità con i suoi numeri mozzafiato. Eper ricominciare in Italia, dopo il debutto europeo di una settimana fa a Innsbruck, la compagnia canadese ha scelto proprio Torino e il Pala- Olimpico, dove approderà dal 3 al 7 marzo (inizio ore 20, il sabato alle 16 e alle 20, la domenica alle 16; biglietti da 40 a 80 euro. Info 011/9823300, www. setup-italy.com).

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Il Cirque du Soleil, fondato nel 1984 a Montreal da un exmangiatore di fuoco di ventitrè anni, Guy Laliberté, e da Daniel Gauthier che lo ha poi lasciato nel 2001, con la città subalpina ha un forte legame, per le Olimpiadi invernali aveva animato la cerimonia inaugurale e spesso è approdato qui con le sue meraviglie, l’anno passato aveva portato «Delirium », un vero delirio di pubblico.

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Ora ritorna invece con quello che sembra essere un po’ un omaggio all’Italia e alla sua cultura teatrale: saltimbanco è una parola del nostro vocabolario che veniva usata fin dal medioevo per definire gli artisti di strada di grande talento, menestrelli che giravano le piazze delle città e che spesso improvvisavano un palco con delle tavole.

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E con il Cirque du Soleil anche la musica diventa protagonista, celebrando la vita in questo viaggio allegorico e acrobatico dentro il cuore di una città, tra le persone che ci vivono, le famiglie, la fretta, il trambusto della strada e l’altezza smisurata dei grattacieli. L’autore della colonna sonora, René Dupéré, è stato coinvolto sin dall’inizio nell’avventura, ispirandosi alla vita urbana della fine dell’ultimo secolo, ritmica e cosmopolita. «Ho voluto rinunciare ai soliti cliché e ho invece cercato di creare il rumore di una città piena di luce e di speranza», ha detto per spiegare la trama sonora dello spettacolo, che comprende un canto d’opera in italiano popolare del 1200, mentre tutte le canzoni sono prese dalla tradizione araba, svedese e tedesca.

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Ma quel che distingue da sempre il Cirque sono i numeri, la fantasia, il limite, la perizia con cui gli artisti si esibiscono e che culmina nel numero dei pali cinesi, ma passa per l’«acrosport», tre acrobati che si fondono per creare figure impressionanti, la bicicletta artistica, giochi di prestigio, le boleadoras, l’altalena russa, i trapezi volanti, bungees e tante altre magie in compagnia di personaggi buffi, poetici, stravaganti come il Barone che ci guiderà nel mondo incantato di Saltimbanco.





MONICA SICCA

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"OS ESCLUIDOS"

“Le relazioni umane riflettono le relazioni economiche di un'era.
La globalizzazione della società post-industriale ha distrutto l'individuo, dando vita a una massa umana effimera che interagisce con l'ambiente e gli altri in modo molto competitivo, superficiale e distruttivo.

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La cultura di questo nuovo modello produttivo e la sua assurda concentrazione di ricchezze generano miliardi di "esclusi" che sono destinatari del mio lavoro permanente di documentazione e fotografia.”

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L'artista Robson Oliveira

"Il mio lavoro quotidiano è una combinazione di fotografia, ricerca socioeconomica sull'era post-industriale e lo sviluppo di un oncetto innovativo di design (contra-design) che sarà in opposizione all'agonizzante design post-industriale e contribuirà alla nascita di forme produttive più emozionali, piacevoli, umane. Per vent'anni ho lavorato su testi, immagini e documenti che oggi fanno parte del progetto "The excluded".”

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sabato 27 febbraio 2010

LIU BAOJUN

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Liu Baojun is a modern Chinese painter whose work encountered in the Shanghai ‘SOHO’ of New York lore, the Moganshan District.

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The Moganshan District is set off from droll tiers of concrete apartment skyscrapers by the low scroll of a 6 foot graffiti wall. The District itself is a maze of warehouse galleries, nooked with tiny workspaces for the artists who display there.

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Liu Baojun’s work was a clear standout from the din, both in subject matter and technique. While technical excellence in China is itself not unusual, nonconformity in subject matter and technical excellence was, most certainly.

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Interestingly, the women that he paints are not of the diminutive, ladylike portraiture traditional in China. Rather, the women appear in Western, Eastern and no dress and are in various positions of repose, smoking (a taboo for women in China).

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This art is playful, beautiful and provocative in a thoughtful way. It has content that doesn’t dead end in rumination.

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From the inside of (the)painting to the outside of (the) painting, there is nothing, no passage.
Vedi:

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venerdì 26 febbraio 2010

DAI SUINI ALLE OPERE D’ARTE

APRE LA PELANDA A TESTACCIO

Dopo tre anni Il Macro Future di Testaccio ha un nuovo spazio di 5.000 metri quadrati destinato ad attività espositive, formative e laboratori: La Pelanda, un esempio di architettura industriale il cui restauro è durato tre anni, partendo da da un progetto ideato da Zoneattive già nel 1999.

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ROMA - Era il reparto dove si pelavano i suini, la “pelanda”: ma, a parte il nome e i ganci appesi, di quel passato non c’è traccia. La nuova struttura inaugurata ieri all’ex mattatoio di Testaccio, ormai sede del Macro future (il Museo delle arti contemporanee dedicato alle avanguardie) è infatti un gioiello di architettura industriale, dove acciaio, vetro e mattoni combaciano a formare 5000 mq votati all’arte e costati 13 milioni.

Si parte con Digital future

Cinque fabbricati in tutto, dislocati intorno ad una galleria: due sale teatrali, uno studio-laboratorio, una sala regia, una sala registrazione, un appartamento per ospitare artisti e operatori e anche una zona ristoro-cucina. Oggi comincia l’allestimento della mostra Digital future, che aprirà il 3 marzo. Entro 15 giorni arriverà in giunta anche la prima delibera per trasformare il Macro in fondazione: un passaggio, spiega l’assessore alla Cultura Umberto Croppi, che permetterà di avere un “organismo che possa attrarre risorse e avere una gestione elastica”.


La Pelanda... 5000mq per l' Arte Contemporanea

Il Maxxi apre a fine maggio

E c’è finalmente una data anche per la definitiva apertura al pubblico del Maxxi, il museo nazionale delle arti del XXI secolo: il 30 maggio, dopo tre giorni (27-28 e 29 maggio) di kermesse per l’inaugurazione.

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LA SCUOLA DI POTO POTO

Il panorama della città di Brazzaville è dominato da un enorme albero, più alto di tutti gli edifici. Piantato oltre 50 anni fa nel cortile di un centro d’arte famoso all’epoca, quest’albero di kapok, con il passare degli anni, è diventato l’emblema della forza della Scuola di Pittura di Poto-Poto e della sua filosofia. Nonostante l’intensa espansione urbana vissuta dalla città, l’albero è sopravvissuto, quasi unico, mentre la maggioranza degli altri è stata abbattuta. Oggi Jacques Iloki, maestro pittore, parla con grande fierezza di questo monumento piantato da suo padre, che fu tra i primi artisti della scuola: “ È il vessillo culturale del Congo, lo si vede da ogni angolo della città, è lui che ci dà energia”.

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Il Congo odierno va fiero del suo ruolo di centro africano di arte bantu. Ma l’inizio della tradizione della pittura contemporanea risale al 1951. Nacque grazie a un artista francese di nome Pierre Lods e a un ragazzo africano che iniziò spontaneamente a collaborare con lui per la realizzazione di oli su tela. La loro affinità artistica sfociò in nuove interpretazioni dei temi tradizionali, senza alcuna influenza occidentale, generando un movimento artistico africano moderno. Sin da allora, questo sodalizio unico ha continuato a trasmettere il proprio spirito da una generazione all’altra, riuscendo a sopravvivere alle durezze dell’abbandono delle istituzioni, della povertà e della guerra civile. Contro ogni previsione, la sua missione culturale, nata mezzo secolo fa, continua il suo mandato.

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Quando Pierre Lods arrivò per la prima volta a Brazzaville, nel 1948, non aveva intenzione di fondare una scuola d’arte. Si installò nel quartiere povero di Poto-Poto (che significa pantano) e decise di vivere con la gente, lontano dalla ville europeizzata. Come Gauguin, rifiutò lo stile accademico occidentale e cercò un’ispirazione più autentica nel movimento, nel colore, nella composizione e nell’espressione. Determinato a tagliare ogni legame con la pittura classica, approfond? la cultura locale, immergendosi nella musica e nella danza, sperando di incontrare giovani congolesi non contaminati da influenze occidentali, le cui personalità artistiche si fossero evolute con dinamiche spontanee.

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Un giorno conobbe un ragazzo di nome Félis Ossali, che assunse al suo servizio per tenere in ordine lo studio. Le settimane passavano, Lods dipingeva paesaggi e ritratti mentre Ossali lo osservava per ore in silenzio.
Un giorno Lods dovette uscire di corsa per una questione urgente. Al suo ritorno, trovò Ossali che lavorava pazientemente su una superficie di legno: intingeva il pennello nei colori a olio e creava curiose silhouettes di uccelli in volo.
Lods si immobilizzò, stupefatto! Era un’autentica sinfonia di movimento, che fondeva energia e originalità. Il ragazzo continuava a dipingere, dimentico di tutto quello che lo circondava. Quando infine, sollevando lo sguardo, vide il suo padrone, fu preso da imbarazzo e cercò di giustificarsi. Ma Lods lo tranquillizzò, chiedendogli di continuare: proprio l?, davanti a lui, c’era finalmente l’ispirazione che era andato cercando. Al colmo dell’eccitazione, scrisse più tardi che Ossali dipingeva con “tutta la splendente purezza e semplicità di linee che si trovano nell’arte africana”.
Ossali divenne il primo allievo di Lods. Parenti e amici iniziarono rapidamente ad avvicinarsi allo studio, unendosi alla sperimentazione realizzata con carta, tela, pennelli e colori. L’atelier di Lods si trasformò spontaneamente in scuola, correva l’anno 1951.

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Nicolas Ondongo, il miglior amico di Ossali, diventò il secondo studente a tempo pieno. Arrivarono poi Jacques Zigoma e Fran?ois Iloki (padre dell’odierno Jacques), seguiti da Fran?ois Tango, Elenga, Ikonga e Ouassa.
Quei primi artisti non sapevano né leggere né scrivere e ciascuno esprimeva la propria sensibilità e originalità nel rispetto della rispettiva cultura etnica. Un’ispirata fusione di colori si sviluppò in un nuovo stile, chiamato miké (che, in lingua lingala, significa “piccolo”), con riferimento alle sagome miniaturizzate dei guerrieri africani in movimento, simili a danzatori. Lo stile miké divenne rapidamente l’emblema della scuola.
Il primo nome dato all’impresa fu Centre d’Art Africain, cambiato poco dopo in Centre d’Art Congolais. Assunse, infine, il nome con cui è oggi conosciuta in tutta l’Africa: ?cole de Peinture de Poto-Poto, dal quartiere al quale appartiene nel distretto di Moungali.

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I primi lavori realizzati ritraevano scene di mercato, immagini mistiche, la vita del villaggio, caccia e pesca, tamburi e danzatori. La reputazione della scuola si diffuse velocemente oltre le rive del fiume Congo. Ma, con l’avvento dell’indipendenza nel 1960, il nuovo governo congolese sospese i finanziamenti. Senza le attrezzature necessarie, fornite in precedenza dal Ministero della Cultura francese, insegnare per Lods divenne sempre più difficile.
Proprio in quell’anno, il primo presidente del Senegal indipendente, l’illustre Léopold Sédar Senghor, inviò a Pierre Lods un invito inaspettato. Gli chiese di fondare a Dakar una scuola gemella di quella di Poto-Poto, sempre basata sul metodo di lasciare libera l’immaginazione degli artisti, senza imporre loro modelli europei.
L’illuminato presidente senegalese guardava alla cultura come all’elemento centrale del delicato processo di costruzione della nazione. Coerentemente, vedeva l’artista come rappresentante e sostenitore della nuova nazione. Lods non poteva rifiutare un simile onore e si accomiatò da Brazzaville, lasciando lo studio ai suoi giovani pittori.

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Nel dicembre del 1961, dopo la partenza dell’amato maestro, tutti i primi allievi si raccolsero attorno a Nicolas Ondongo, quando gli fu data dal governo la Medaglia d’Oro per l’Arte.
Da allora, per oltre 50 anni, la scuola non ha mai cessato di esistere, nonostante tutte le tempeste succedutesi nella storia del paese. In occasione dei disordini del 1990 e della guerra civile, il centro venne saccheggiato, le opere d’arte rubate e molti artisti si diedero alla macchia o espatriarono.
Nel 1999 venne finalmente firmato un trattato di pace. Dopo il ritorno della calma, i pittori si costituirono in cooperativa. Oggi, quando una pittura viene venduta, il 30% del ricavato viene destinato alla scuola. I clienti sporadici sono i membri delle ambasciate, o gli impiegati delle varie società occidentali operanti nel paese. La scuola è riuscita a festeggiare il suo quinto decennio di vita, grazie appunto allo spirito collettivo degli artisti, a dispetto della più assoluta mancanza di certezze.
Gli artisti si ritrovano ogni giorno nel grande atelier e lo utilizzano come spazio condiviso, lontani dalla situazione precaria delle loro rispettive case, dove lavorare è praticamente impossibile, non solo per mancanza di spazio, acqua corrente e luce elettrica. Al tramonto, tutta l’affollatissima cité di Brazzaville, dove vive la popolazione locale e dove è situata la scuola, piomba in una totale oscurità. Gli artisti che desiderano lavorare di notte devono accontentarsi di lampade a olio o candele, come moderni Caravaggio.
Lo studio originale di Pierre Lods è adesso un edificio più ampio, dal tetto di lamiera, con un vastissimo portico coperto che si prolunga dalla parte centrale e che funge da spazio espositivo permanente per i lavori degli artisti. Nel 2000 è arrivata poi per la SPPP l’auspicata protezione dell’Unesco.
Con il passare del tempo, benché ignorata dalle autorità, la scuola è riuscita a mantenere il suo ruolo di centro culturale importante. Le opere prodotte al suo interno sono state esposte in varie città francesi, a Bruxelles, Ginevra, Berlino, Dresda, Mosca, Belgrado, Bucarest, perfino all’Avana e in diverse capitali africane. Con il succedersi di nuove generazioni, nuovi impulsi creativi hanno dato forma a nuova vitalità, sempre salvaguardando le tradizioni, sfociando in forme astratte e soggetti mistico-religiosi, tutti contraddistinti dall’intensità dei colori.

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La generazione attuale di maestri e insegnanti comprende circa quindici persone, fra le quali: Pierre Claver Ngampio, presidente della cooperativa, successore di Nicolas Ondongo. Incidentalmente, Ngampio è anche membro dell’attuale famiglia reale del re Makoko, leader spirituale dei Batéké. Vicedirettore è Jacques Iloki, mentre Gerly Mpo è tesoriere e Sylvestre Mangouandza è il carismatico portavoce. Vi sono poi Renée Bokouloumba, Serge Dzon, Adam Opou, Antoine Sita, Romain Mayoulou e tre giovani donne: Letitia Mahoungo, Vanessa Agnagna e Mariam Ngoloutshou. Gli studenti, tutti provenienti da ambienti poverissimi, sono 32.
Proprio come Pietro di Brazzà, Pierre Lods viene ricordato per la sua umanità, un europeo che ha vissuto fra la gente. Secondo Sylvestre Mangouandza, tutti gli artisti continuano a seguire la filosofia del loro padre fondatore e difendono il valore della “creazione artistica come salvaguardia delle tradizioni”. Renée Bakouloumba aggiunge: “Quando dipingiamo abbiamo sempre presenti le nostre origini, la nostra storia. Queste tradizioni fanno parte di noi e delle nostre memorie sempre vive. Ecco il motivo per cui un pittore americano non riuscirebbe mai a realizzare uno dei nostri dipinti”.
Traendo ispirazione dall’antica saggezza, profondamente radicata nella cultura storica, il lavoro di questi artisti straripante di fantasia innalza il loro spirito al di sopra della distruzione, della disperazione e della povertà. La scuola infatti trae la propria energia dalle sue radici culturali, che sono profonde almeno quanto quelle del grande albero che proietta sul grande atelier la sua ombra rinfrescante.
Walter Battis, Direttore del Centro d’Arte di Pretoria in Sud Africa, conferma l’importanza dell’eredità spirituale della Scuola di Pittura di Poto-Poto, celebrandone la nascita nel 1951 come “il più importante evento pittorico dell’Africa contemporanea”. Sulle sue tracce, in Africa, sono nate nuove scuole, ma la EPPP occupa un posto speciale. La creatività visiva dei suoi primi artisti ha generato un patrimonio culturale, non solo per il Congo e per l’Africa, ma per l’umanità.

Fonte

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giovedì 25 febbraio 2010

L'IRAN DI OGGI E' UN FUMETTO CHE SI SCARICA CON UN CLIC

Nell'ospedale è un via vai di feriti. Corpi sanguinanti, donne che gridano. Fuori continuano gli scontri, e la gente sui tetti grida: «Allah Akbar!!! Allah Akbar!!!». Tehran, 16 giugno 2009.

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Cronaca di pochi mesi orsono, il primo giorno di protesta di quello che sarà il Green Movement, il movimento antigovernativo iraniano. Cronaca che diventa fumetto, e si diffonde via internet: dalle 18 di venerdì è online il sito, una graphic novel sull'attualità iraniana, tradotta in sette lingue (inglese, francese, spagnolo, olandese, arabo, farsi, italiano), con nuove puntate ogni lunedì, mercoledì e venerdì alle 12, ora di New York.

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ZAHRA - Il fumetto parte dalla storia vera (cambiano solo i nomi) di Zahra, una donna iraniana, che quel giorno di giugno, ormai da ore, non ha notizie di suo figlio. Lo cerca dovunque, mentre divampa la rivolta successiva alla proclamazione dei risultati elettorali. Ha vinto Ahmadinejad, ma la gente in strada protesta, e intanto Zahra cerca Mehdi, 19 anni, e non lo trova. Zahra's Paradise è una produzione dell'americana First Second (gruppo Mcmillian), e ancora prima di partire il sito-fumetto era già un successo: in Spagna se l'è accaparrato Norma Comics, in Francia Casterman, e in Italia Rizzoli Lizard, il cui editor, Simone Romani, spiega: «L'anno prossimo, l'11 febbraio, il fumetto uscirà in volume in contemporanea mondiale, in occasione del 32esimo anniversario della rivoluzione kohmeinista».
AUTORI - Ma chi sono gli autori? «Si firmano Kahlil e Amir, nomi di fantasia, per motivi di sicurezza: entrambi hanno parenti in Iran. Kahlil è un disegnatore iraniano, esperto nel campo delcartooning politico, basti pensare che le sue cose sono pubblicate da 1.700 testate nel mondo. Amir è un americano di origine iraniana, giornalista e attivista per i diritti umani». Che novità ci aspettano nel seguito? «Al sito parteciperanno molti autori e blogger vicini alla causa iraniana: una fra tutte il premio nobel Shirin Ebadi». Ma si mormora anche della partecipazione quasi certa di Marjane Satrapi, l'autrice del fumetto Persepolis (Lizard, 2002), che poi divenne film nel 2007: proprio lei aveva concesso a una coppia di studenti iraniani di riadattare alcune sue strisce per raccontare l'omicidio di Neda Agha-Soltan, la studentessa iraniana colpita a morte durante le proteste del 20 giugno 2009.

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ATOMICA E DIRITTI - «Secondo l’opinione di molti», dice Mark Siegel, direttore editoriale di First Second, «il regime iraniano preferisce che l’attenzione del mondo si focalizzi sui negoziati nucleari invece che sui crimini contro l’umanità. Proprio perché restituisce a questi ultimi l’attenzione che meritano. Zahra’s Paradise non può essere classificata come opera di mera osservazione: qui l’arte gioca un ruolo attivo, partecipativo, diviene una voce che si aggiunge al coro di voci che risuona nelle strade e sui tetti dell’Iran». E così è per la storia dei desaparecidos di quel giugno a Tehran: in quei giorni si parlava di 2 mila scomparsi. Una storia sepolta nel nulla. Che ritorna a fumetti, tre clic a settimana. E davvero nessuno può dire come finirà.

Fonte

L'appuntamento è tutti i lunedì, mercoledì e venerdì alle ore 12.00 (ora di New York) sul sito Zahara's Paradise.

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FRIDA KAHLO

Incredibilmente forte, appassionata, dall'intelligenza suprema, indipendente. Amava la politica, l'arte, l'amore. Ma soprattutto amava se stessa. Era una donna fuori dal comune Frida Kahlo, una di quelle che segnano la storia, l'arte e anche la moda.

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Figlia della rivoluzione messicana, Frida ebbe una vita dolorosa e molto travagliata.

La colonna rotta, 1944

Affetta da spina bifida, rimase vittima di un incidente stradale in giovane età che le segnò l'intera esistenza.

Autoritratto

Fu costretta a mesi di riposo sul suo letto di casa, situazione che l'avvicinò al mondo della pittura. Il suo primo soggetto fu il suo piede che intravedeva dalle lenzuola, poi arrivarono i suoi celebri autoritratti.

Autoritratto con capelli tagliati

Il rapporto con il suo corpo martoriato e il suo amore per il donnaiolo marito Diego Rivera, illustre pittore di quel tempo e sua guida artistica, caratterizzarono il suo stile.

Autoritratto con letto

La pittura per Frida era liberazione dalla malattia, dalla solitudine, dalla sua costante infelicità. Ogni sua opera era incredibilmente legata al suo essere donna, nella sua grande complessità.

Autoritratto con scimmia e pappagallo, 1942

Autoritratto con scimmie

Icone dell'arte del ventesimo secolo le sue opere, icona senza tempo lei. Frida che, come ogni donna al mondo, era anche una fashionista.

Il dr. Farril

Proprio così, una che curava il suo stile, che giocava con le mode, che amava mischiare forme e colori. Indimenticabili le rose sui capelli, gli anelli su tutte le dita.

Autoritratto con treccia

E quei grandi orecchini che incorniciavano il suo viso, il rossetto rosso fuoco, le unghie belle e curate.

Autoritratto con vestito dorato

E ancora, quelle gonne da contadina, dai colori caldi ed esotici del Messico. Ipnotica e sensuale con i suoi capelli neri come l'inchiostro e le sue sopracciglia folte, "le sue due ali nere", come lei stesse le definì.

Autoritratto, 1926

La mia tata ed io

Vogue Paris dedicò alla moda di Frida una copertina e il suo stile ha influenzato tantissimi stilisti.

Frida e Diego, 1931

Jean Paul Gautier disegnò persino una linea di corsetti, proprio come quelli che ha dovuto portare lei per sostenere la schiena.

Autoritratto, 1929

Frida morì a soli 47 anni. Nella sua casa di Coyoacán, la "Casa Azul", sorge oggi il Museo Frida Kahlo.

Capelli sciolti

Di lei si è scritto di tutto. Mostre per celebrare la sua arte sono state allestite in tutto il mondo; fu la prima donna latino americana ritratta su un francobollo degli Stati Uniti, emesso il 21 giugno 2001. Almeno tre film ne hanno raccontato la vita.

Diego nel mio pensiero

Diego ed io, 1949

Autoritratto, 1940 b

L'ultimo, in ordine di tempo, è stato girato da Julie Taymor e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002. Ad interpretare Frida, una bravissima Salma Hayek.

di Enrica Bordonaro

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